Elogio ai nonni Il rapporto speciale tra nonni e nipoti

Elogio ai nonni. Che amano i loro nipoti più di chiunque altro, che li viziano, che si prendono cura di loro mentre i genitori sono al lavoro. Gli insegnano tutto quello che possono, li lasciano giocare. Gli vorrebbero preparare da mangiare in ogni momento del giorno.

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È una cosa talmente naturale avere i nonni, così scontata, che è strano quando un giorno ti ritrovi senza più nessuno di loro. Ok, ho più di 30 anni e mi rendo conto di avere avuto i nonni più a lungo di tanti miei amici. Ma li voglio ancora.

Dedico questo post a tutti i nonni e le nonne. Ai miei, ma anche ai vostri. Perché sappiano che nei nostri cuori di nipoti, nei nostri modi di dire, in certi nostri modi di fare, continuano a vivere.

A mio nonno Andreino, che abitava al piano sotto i miei genitori. Ogni volta che iniziava a piovere io correvo giù per le scale, perché sapevo che lo avrei trovato lì, seduto sui gradini di ingresso, a guardare la pioggia. E mi sedevo lì a fianco a lui, in silenzio, a guardare l’acqua che scendeva e sentirne l’odore.
Ai pomeriggi estivi in cui mi raccoglieva le carote dall’orto, mi faceva vedere le lumache nascoste tra le foglie di insalata (a cui io poi costruivo casette), a tagliare le punte dei fagiolini.

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A mio nonno Vittorio, che era così curioso del mondo. Ogni volta che gli dicevo dove sarei stata in vacanza, prendeva l’atlante per controllare dov’era quella città.
Quando vedeva un cellulare, rimaneva sempre colpito da tanta tecnologia da sembrargli quasi magia.
Ogni angolo della casa nascondeva una sua collezione, arricchita in tanti anni, tanto da sembrare un museo.
Tutte le settimane andava a fare un po’ di spesa al paese a fianco a piedi, e ha continuato a farlo fino a più di 90 anni.

A mia nonna Giannina, che ascoltava tanto e, anche se non commentava spesso, quante ne pensava! Ricordo di quando da bambina mi dava il prosciutto cotto o mi preparava il pastone di the e biscotti.
E di ogni volta che io e mia sorella aprivamo la porta di casa per uscire, e lei nello stesso momento apriva la porta di casa sua al piano di sotto, facendo finta di dover spazzare il pavimento (non la lasciava mai, la sua scopa), solo per vederci e dirci “che eleganza, signorina”, anche quando in realtà indossavi una tuta da ginnastica.
E di quando ci sgridava perché salivamo le scale senza accendere la luce.

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A mia nonna Luigia, che voleva sempre darmi da mangiare. E mi rispondeva male se non accettavo.
A quelle volte che rimanevo a dormire da lei, e la sera invece che le fiabe le chiedevo di raccontarmi la ricette delle lasagne o degli gnocchi fatti in casa.
A quando mi ha insegnato a fare la catenella con l’uncinetto o a usare i ferri da maglia.
A tutte le volte che mi sono nascosta nella sua dispensa pensando di non essere mai trovata.

Se oggi sono quello che sono, è anche grazie a voi.
Grazie, nonni!

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